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    Home»Cronaca»Dublino e l’Irlanda dopo la Brexit
    Cronaca

    Dublino e l’Irlanda dopo la Brexit

    Matteo MarchiniBy Matteo MarchiniAgosto 2, 2016Nessun commento4 Mins Read
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    Dopo il referendum sulla Brexit la Repubblica d’Irlanda si scopre più “europeista”, superando le tensioni dello scorso decennio con Bruxelles. Il voto del 23 giugno in Irlanda del Nord, con il 56% ottenuto dal Remain, apre la strada ad  una riunificazione complessa, ma possibile. Martin Mc Guinnes, vicepremier e leader dello Sinn Feinn, vuole un referendum in materia. I timori di Londra sono confermati dal fatto che la Regina Elisabetta abbia scelto proprio l’Irlanda del Nord per la prima apparizione pubblica dopo il voto. La stretta di mano con Mc Guinness vuole scongiurare anche la ripresa delle tensioni tra cattolici e protestanti, insostenibile in questa fase.

         Tutto ciò accade nel centenario della rivolta dell’aprile 1916 contro gli inglesi, primo passaggio verso il raggiungimento di una faticosa indipendenza, che implicò la rinuncia all’Irlanda del Nord negli accordi del 1921. Faticosa come gli ultimi quattordici anni, in cui il paese, dopo una durissima crisi, è tornato a crescere.

         Nel 2002, in pieno boom, gli irlandesi pensavano che il denaro piovesse. Le carte di credito venivano “regalate”, i mutui erogati colpevolmente anche a soggetti a rischio solvibilità. In molti lasciavano un impiego certo per avviare un’attività commerciale, senza alcuna esperienza, perché 4.000 euro al mese non bastavano più per sostenere uno stile di vita all’improvviso elevato. Era la ‘festa’, in parte fisiologica, di un paese che si scrollava di dosso l’etichetta della povertà e grazie a Ryanair volava al sole delle Canarie ogni fine settimana.

         La tassazione per le imprese straniere al 12,5% e la capacità di utilizzare i fondi strutturali europei per l’ammodernamento della obsoleta rete stradale sembravano aprire una stagione di armonia con Bruxelles. Al contrario, nel 2002 arrivò la bocciatura al Trattato di Nizza, che prevedeva l’allargamento a est dell’Unione. Nocivo, per un’economia basata sui servizi e sul settore immobiliare (ma priva di un’ossatura industriale), cedere i privilegi di area depressa ad altri paesi.

         Nel 2008 fu bocciato tramite referendum (l’unico in Europa) anche il Trattato di Lisbona, rallentando l’approvazione della Costituzione europea. Nel 2009, quando una nuova consultazione popolare votò favorevolmente sul tema, gli anni d’oro erano finiti. Per il forte legame con l’economia statunitense, gli effetti della bolla immobiliare del 2008 fecero precipitare il paese nel baratro. Eppure il fallimento fu evitato, come spiegava Fabio Pavesi nel 2011 sul “Sole 24 ore”: l’Irlanda  – approfittando dell’incertezza europea di fronte ai prodromi della crisi – creò una “Bad Bank” pubblica che accollò al contribuente il pagamento dei debiti delle banche.

         Cinque anni dopo, la cura pare aver funzionato. Il giornalista Riccardo Michelucci, esperto di cose irlandesi, descrive un paese con il tasso di disoccupazione ai livelli minimi dell’area UE ed un tasso di crescita del 5% previsto per il 2016. Una crescita meno sregolata della precedente, incentrata su posti di lavoro medio-bassi (liberati dai cittadini dell’Europa dell’est, soprattutto polacchi, rientrati in patria), sull’abbassamento degli affitti per le attività commerciali e sul turismo.

         Così il paese sembra potersi “permettersi” il fragile governo di minoranza uscito dalle elezioni dello scorso febbraio. Guidata da Enda Kenny, esponente del “Fine Gael”, la compagine  gode dell’appoggio esterno degli storici nemici del “Fianna Fail” “nell’interesse della nazione”. A fronte di una classe politica in difficoltà, l’Irlanda può contare su una popolazione ricca di risorse e giovane, grazie alla quale nel pieno delle turbolenze economiche è stato possibile confrontarsi pure con le ferite personali e collettive provocate dagli abusi sessuali del clero, questione presa di petto da Papa Ratzinger. Secondo i dati del “World Factbook” della CIA al settembre del 2015 la popolazione, circa 4.470.000 abitanti, risulta composta per il 75% di persone al di sotto dei 55 anni, con un’età media di 36,1 anni (contro i 44,8 dell’Italia).

          Superata la crisi, sono i temi etici ad appassionare gli irlandesi. Nel maggio del 2015 il 62,1% ha votato “sì” alle nozze gay che, dopo il referendum, sono state introdotte nella costituzione mentre ora è in corso un dibattito sulla depenalizzazione dell’interruzione di gravidanza.

         L’Irlanda sarà un nuovo riferimento anche per la “generazione Erasmus”? Remy e Nils, giovane coppia di fidanzati tedesco-olandese, sono un esempio della dimensione europea di Dublino. Lei lavora nel settore informatico, lui in una casa farmaceutica. Tramite “AirBnb”, che nella capitale ha la sede europea, arrotondano lo stipendio e aprono la loro casa al mondo. L’auspicio è che anche i giovani inglesi continuino a farlo.

    Michele Finelli

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